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AUDIOGUIDE DELLA VILLA MEDICEA LA PETRAIA | INTERNO

a cura di Direzione Regionale Musei della Toscana e Stazione Utopia

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1. Introduzione

Benvenuti a Villa medicea La Petraia, dal 2013 patrimonio dell’umanità e parte del sito seriale UNESCO “Ville e Giardini medicei in Toscana”, costituito da 14 siti tra ville e giardini presenti sul territorio toscano e appartenuti alla famiglia Medici.

Visitare Villa medicea La Petraia è un viaggio alla scoperta delle abitudini, del vivere quotidiano e dei divertimenti dei suoi illustri proprietari che si sono succeduti nel tempo: dal granduca Ferdinando I de’ Medici, che dalla fine del Cinquecento fece costruire la Villa come residenza di campagna, fino a Vittorio Emanuele II di Savoia, re d’Italia, che, con la moglie Rosa Vercellana, detta la Bella Rosina, trascorse qui lunghi periodi quando Firenze era capitale del neonato Regno d’Italia.
Le origini della Villa, il cui nome deriva dalla natura “pietrosa” della zona, risalgono almeno al Trecento. A quel tempo l’edificio, detto “palagio”, era già dotato della torre ancora oggi esistente e apparteneva alla famiglia Brunelleschi. Nel 1364 furono loro, come ricorda Giovanni Villani, a difendere la proprietà nell’epico scontro contro le truppe del condottiero inglese Giovanni Acuto, che tentò di espugnare la torre per ben tre volte!
Nel 1422 il banchiere fiorentino Palla Strozzi acquisì l’edificio che, agli inizi del Cinquecento, passò alla famiglia Salviati. Intorno al 1544 il duca Cosimo I de’ Medici comprò il fabbricato per poi donarlo al figlio secondogenito, il cardinale Ferdinando, che nel 1587, alla morte del fratello maggiore Francesco, gli successe come granduca di Toscana con il nome di Ferdinando I.
È dal 1588 che inizia la storia della Villa che oggi conosciamo. Quell’anno, infatti, Ferdinando I commissionò la costruzione della nuova residenza e del giardino, tradizionalmente attribuiti a Bernardo Buontalenti, sebbene sia documentata solo la presenza dell’architetto Raffaello Pagni.
L’edificio si sviluppa intorno alla torre centrale trecentesca e la sua facciata principale si affaccia sullo splendido giardino all’italiana, costruito su tre livelli, o terrazzamenti, che assecondano la natura scoscesa del terreno.
Gli interni conservano del periodo mediceo soprattutto le decorazioni ad affresco. La Villa, infatti, si presenta oggi come era al tempo dei Savoia, tra la seconda metà dell’Ottocento e il 1919, quando re Vittorio Emanuele III cedette questa e altre residenze di proprietà della corona allo Stato Italiano.
Grazie all’inventario della Villa del 1911 – l’ultimo redatto prima della sua cessione allo Stato – è stato possibile ricostruire l’aspetto otto-novecentesco della residenza dove figurano ancora oggi arredi, tappezzerie, opere d’arte e mobili che erano parte del vivere quotidiano di Vittorio Emanuele II, della Bella Rosina e dei loro figli Vittoria ed Emanuele Alberto, conte di Mirafiori. La maggior parte degli arredi proviene da residenze reali degli antichi Stati italiani, come il ducato di Parma o di Modena, ma anche da ville della lucchesia o da Palazzo Pitti a Firenze i cui patrimoni furono incamerati dai Savoia al momento dell’unificazione dell’Italia.
Vittorio Emanuele II e la Bella Rosina amarono molto La Petraia, dove introdussero modifiche e innovazioni tecnologiche, molte provenienti dalla Francia e dal Piemonte. Oltre alla costruzione del delizioso Belvedere sul Piano della Figura, la coppia commissionò la copertura del cortile centrale, trasformandolo così in Salone da Ballo. Da Torino, inoltre, arrivarono le cosiddette “porte volanti”, che si aprono e chiudono autonomamente, senza sbattere, e che girano su un particolare cardine detto “ganghero” evitando non solo di rovinare il pavimento e i preziosi tappeti col loro movimento, ma anche di impedire che il calore degli ambienti potesse disperdersi durante la stagione invernale.
Dal Piemonte giunse in Villa anche un nuovo sistema di riscaldamento, con bocchette rotonde fissate alle pareti, ancora oggi esistenti, dalle quali fuoriusciva aria calda che proveniva dalle caldaie e dalle cucine, sistemate negli ambienti sotterranei. In questo modo si evitava di accendere i camini e produrre fuliggine che avrebbe sporcato mobili e tappezzerie.
Dopo il 1919 la Villa ha avuto varie destinazioni fino a diventare, nel 1984, un museo nazionale.

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2. Le sale delle Lunette di Utens, dei Putti e di Ercole e Anteo

Dalla porzione di Giardino ad est della Villa, detta Piano della Figurina per la presenza, dal 1788, della fontana di Venere Fiorenza del Giambologna, si accede alle sale della Villa medicea.

Prima di vedere gli appartamenti reali, osserviamo le ville medicee rappresentate in 14 lunette, esposte in tre sale al piano terra. Così chiamate per la loro particolare forma, le lunette furono dipinte dal pittore fiammingo Giusto Utens, insieme a collaboratori, su commissione del granduca Ferdinando I de’ Medici tra il 1599 e il 1601 per il salone principale della Villa di Artimino, detta anche la “Villa dei cento camini” o la “Ferdinanda”.
Le tele, che in origine erano 17, raffigurano le ville e i giardini medicei in Toscana che già a quel tempo costituivano un sistema di residenze di campagna e avamposti per il controllo del territorio.
Ogni veduta a volo d’uccello, fedelissima nel riprodurre l’aspetto di ogni villa al tempo di Ferdinando I, è caratterizzata da un cartiglio col nome della proprietà. Troviamo, tra le varie residenze, Palazzo Pitti col giardino di Boboli, le ville di Trebbio, La Magia, Collesalvetti, Pratolino, Poggio a Caiano, Castello e Petraia. Soffermati sul giardino della Petraia e vedrai che non è molto cambiato nel tempo!
Il Giardino della vicina Villa medicea di Castello è evocato nella sala dei Putti e in quella di Ercole e Anteo, così chiamate perché qui si trovano alcune parti originali della Fontana commissionata dal duca Cosimo I de’ Medici alla metà del Cinquecento. La vasca in marmo ornata con putti in bronzo di Niccolò Tribolo e Pierino da Vinci e il gruppo di Ercole e Anteo di Bartolomeo Ammannati posto sulla sommità sono qui esposti per garantirne una migliore conservazione, mentre al Giardino di Castello, è presente oggi una copia fedele della fontana.
Foto: Allestimento storico lunette Utens a Villa Artimino; Fontana di Ercole e Anteo al Giardino della Villa di Castello

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3. Il cortile coperto o salone da ballo

Uscendo dalla Sala di Ercole e Anteo, la vista del Salone da ballo riempie gli occhi di meraviglia! Questo ambiente in origine era il cortile intorno al quale si sviluppava la Villa.

Tra il 1598 e il 1599 la granduchessa Cristina di Lorena, moglie di Ferdinando I, commissionò la decorazione delle due pareti di ingresso al pittore Cosimo Daddi. Si tratta dei due lati del cortile dove campeggiano lo stemma Medici-Lorena e, dalla parte opposta, il busto di Vittorio Emanuele II. Le due pareti sono interamente decorate con scene che raffigurano episodi della Conquista di Gerusalemme da parte di Goffredo da Buglione (1060-1100), duca della Bassa Lorena ed eroico cavaliere tra i protagonisti della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, nonché antenato di Cristina di Lorena.
Qualche tempo dopo, tra il 1637 e il 1646, Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, tra i principali protagonisti a Firenze dello stile barocco, affrescò le altre pareti del cortile su commissione di don Lorenzo de’ Medici, figlio di Ferdinando e Cristina. I Fasti medicei, qui rappresentati, illustrano con un effetto scenografico e teatrale i principali personaggi della famiglia Medici celebrandone le imprese più importanti. Vediamo papa Leone X – figlio di Lorenzo il Magnifico – che incontra il re di Francia Francesco I, l’ingresso trionfale di Cosimo I a Siena, le regine di Francia Caterina e Maria de’ Medici, sedute in trono con i figli, papa Clemente VII che a Bologna nel 1530 incorona imperatore Carlo V ma anche la conquista medicea di Livorno nel predominio della Toscana sul mare.
Nel 1872, in occasione del fidanzamento tra Emanuele di Mirafiori e Blanche de Larderel, il re commissionò la copertura del cortile, trasformato così in Sala da Ballo, con una struttura in ferro e vetro, avveniristica per l’epoca, realizzata dagli architetti piemontesi di corte.
Si tratta di uno dei primi esempi a Firenze di utilizzo del ferro e vetro, materiali considerati moderni a quel tempo, il cui impatto non stona con la decorazione pittorica più antica. La copertura termina con un lucernario chiuso da finestre che all’occorrenza potevano essere aperte dalla servitù per consentire il ricambio dell’aria soprattutto nella stagione più calda. Apertura che adesso è stata automatizzata da un sistema meccanico.
Completarono i lavori di rinnovamento del cortile mediceo il pavimento in marmo, detto alla veneziana, e l’enorme lampadario settecentesco in cristalli di ametista che campeggia al centro della sala. Questa lumiera in legno e ferro, con 102 lumi disposti in tre cerchi, è decorata con gocce di vetro e cristallo color ametista dette “mandorle”, per via della loro forma. Il lampadario, che in origine si trovava a Palazzo Pitti, arrivò a Petraia il 18 agosto del 1872 dalla Villa medicea di Poggio a Caiano.

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4. La sala da pranzo rossa

Dal cortile centrale si accede alla grande Sala da pranzo rossa, magnifico ambiente destinato ai pranzi di rappresentanza. Agli angoli del soffitto in stucco, sono visibili le iniziali in oro del Re: “VE”.

La Sala è dominata da tappezzerie e arredi rosso cremisi, colori legati alla regalità, ed è decorata alle pareti da arazzi fiamminghi del Cinquecento che raffigurano Le quattro Stagioni, I quattro Elementi, Maggio e Giugno, Giulio Cesare a Cavallo e La Carità, provenienti dal Palazzo ducale di Parma. Chiude idealmente la composizione la parete affrescata di fondo raffigurante un paesaggio campestre di epoca tardo seicentesca. Al centro, una grande tavola imbandita con porcellane Ginori rievoca i fastosi banchetti reali che qui si tenevano.
Hai già sentito il rintocco che da oltre un secolo scandisce lo scorrere del tempo in Villa? Fermati ancora un po’ nella Sala rossa e guarda alle tue spalle, proprio vicino alla porta di ingresso. Troverai uno spettacolare orologio in legno e metallo dorato, una pendola inglese, realizzata intorno al 1770 dal maestro orologiaio Benjamin Ward. Avvicinati e osserva il quadrante: potrai leggere la sua firma!
Guarda il video per scoprire come funziona, oppure prosegui la visita alla Sala della Musica

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5. La sala della musica

Prosegui ed entra nella Sala della Musica, rivestita di velluti francesi decorati con motivi a fiori richiamati nel rivestimento delle sedute.

La Sala è così chiamata per la presenza del grande pianoforte Armonium prodotto a Napoli da Achille Fummo nel 1868 secondo modelli nati in Francia intorno al 1840. Questo strumento in mogano, dalle linee eleganti e i particolari finissimi, ha un piano a coda e una doppia tastiera: quella superiore del pianoforte e quella inferiore dell’armonium. In questo modo è possibile suonare le due tastiere congiunte o disgiunte, a seconda del momento e del tipo di musica che si vuole ottenere, come si fa con gli organi che hanno più tastiere.
Utilizzata dal re come stanza del piacere, la Sala conserva alle pareti vedute e capricci settecenteschi, mentre scandisce il tempo uno splendido orologio in bronzo dorato di Jean André Lepaut, orologiaio della corte francese, raffigurante la Musa Urania e datato 1776, proveniente dal Palazzo Ducale di Modena.

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6. Lo studio del re

Una curiosa porta senza “gangheri”, come si usava in Piemonte, introduce lo Studio del re, un ambiente rivestito di velluti cremisi provenienti dal Palazzo ducale di Modena e rifiniture in oro, dove il sovrano lavorava e riceveva diplomatici, ministri e politici.

La splendida scrivania in stile Impero rievoca la destinazione d’uso della stanza. Osserva con attenzione la parete del camino, proprio vicino alla finestra. Riesci a vedere, nascosta dalla tappezzeria, una piccola porta? È l’ingresso ad un passaggio segreto che conduce direttamente al giardino e che il sovrano utilizzava per uscire indisturbato.

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7. La cappella nuova

Dal lato opposto dello Studio, invece, una apertura collega la stanza alla Cappella nuova, così chiamata per distinguerla da quella antica al primo piano e utilizzata dal re per i momenti di preghiera.

Torna indietro verso il cortile e gira subito a destra per vedere la Cappella. L’ambiente è affrescato con pitture di Rinaldo Botti, Giuseppe Gricci e Giuseppe Del Moro che raffigurano architetture e statue entro nicchie, mentre sulla volta Pier Dandini ha dipinto Santi e Angeli che ascendono alla Trinità, dando l’illusione di un ambiente più ampio del reale. Al tempo dei Medici, la Cappella era la camera da letto del granduca Cosimo III (1642-1723). Nel 1744 i Lorena, che da pochi anni erano succeduti ai Medici nel governo del Granducato di Toscana e ne avevano ereditato beni e proprietà – tra cui Villa La Petraia – destinarono questo ambiente a Cappella privata dove ancora oggi si conserva l’altare con una copia della Sacra Famiglia di Andrea del Sarto.
La visita prosegue al primo piano.

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8. Il Corridoio di Canton

Salendo le scale, percorri il Corridoio di Canton, dove è esposta una ricca serie di acquerelli su carta realizzati in Cina che rappresentano storie di vita quotidiana solo in apparenza idilliache.

Osservando bene le scene, vedrai infatti raffigurazioni di punizioni e torture inflitte ai colpevoli a seconda dei reati commessi, come monito a non compiere cattive azioni.
Il granduca Pietro Leopoldo acquistò i dipinti a Livorno nel 1780 insieme al rotolo con la Veduta del Porto di Canton, una pittura a guazzo su seta lunga quasi 9 metri, che raffigura con minuzia di particolari il porto di Canton, città della Cina dove nel Settecento si imbarcavano porcellane, sete, lacche e altre merci dirette in Europa e qui trasportate attraverso le Compagnie delle Indie Orientali inglesi e olandesi. Questo rotolo, dipinto intorno al 1780, è uno dei pochissimi esemplari giunti a noi insieme a quello conservato al Victoria and Albert Museum di Londra e alla Villa di Poggio Imperiale a Firenze e può vantare il primato di essere il più lungo dei tre.
Queste opere erano realizzate da botteghe cinesi appositamente per il mercato europeo dove, alla fine del Settecento, era in gran voga, tra la nobiltà, il gusto per le cosiddette cineserie. Il percorso prosegue con una serie di sale di carattere privato, dove Vittorio Emanuele e la Bella Rosina amavano trascorrere le giornate e accoglievano gli ospiti più intimi.

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9. Lo studio del re

A differenza dello stesso ambiente al piano terra, questo Studio del Re non aveva una funzione di rappresentanza. Qui, infatti, il sovrano esaminava documenti, impartiva ordini, firmava sentenze e lavorava al governo dell’Italia appena unita.

Scrivanie, sedie e mobili di metà Ottocento ricordano l’utilizzo che il re faceva di questa sala, rivestita con carta da parati francese di colore azzurro. Anche qui, mascherato dalla carta da parati, è nascosto un piccolo passaggio segreto che permetteva l’accesso della servitù alla stanza, chiamata dal sovrano utilizzando un campanello elettrico.
Il pavimento è coperto da un grande tappeto proveniente dal Palazzo Ducale di Parma decorato nella bordatura con le iniziali “ML”, Maria Luigia d’Asburgo Lorena.

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10. La sala impero – la sala blu – la loggetta di ponente e lo studiolo della Fiorenza

Superata la Sala Impero, in origine la camera da letto del re, affrescata e arredata con decorazioni di gusto neoclassico che risalgono al periodo di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone Bonaparte, si accede alla Sala blu, che introduce ad alcuni ambienti utilizzati dalla Bella Rosina.

La stanza deve il suo nome alle eleganti stoffe blu con fiori bianchi in seta francese che rivestono sedie, divani e pareti arricchite da dipinti di gusto orientale. Il mobilio, proveniente dal Palazzo Ducale di Modena, arreda un ambiente che la Bella Rosina utilizzava per intrattenersi con le dame di corte e le ospiti più intime, per il ricamo e la lettura. Dalla Sala, girando a sinistra, si accede alla Loggia di ponente, affrescata con paesaggi seicenteschi, che affaccia sulla Sala da Ballo, quindi alla Saletta di Venere Fiorenza, dove la figura bronzea di Venere Fiorenza si erge su un piedistallo. Giambologna (1529-1608) realizzò la scultura su commissione di Cosimo I de’ Medici, tra il 1570 e il 1572, per l’omonima fontana del vicino Giardino della Villa di Castello. Nel 1788, il granduca Pietro Leopoldo trasferì la fontana al giardino di Petraia, nel cosiddetto Piano della Figurina, dove ancora oggi si trova una copia fedele, mentre l’originale è stato trasferito all’interno della Villa per ragioni conservative. La bella Venere, che appena uscita dall’acqua strizza i lunghi capelli, è l’incarnazione di Firenze che domina la Toscana e le altre città del Granducato conquistate da Cosimo I e figurate, attraverso i loro stemmi, nell’anello ai piedi della dea, opera del Tribolo.

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11. La camera della Bella Rosina e il Boudoir

Tornando indietro verso la Sala Blu e proseguendo il percorso di visita, si accede alla Camera della Bella Rosina e al Boudoir, ambienti privatissimi dove la moglie del re dormiva e si dedicava al rituale giornaliero della propria toilette.

La camera è dominata dai toni del blu e dalle stoffe celesti che rivestono il letto a baldacchino e i divanetti e conserva eleganti mobili ottocenteschi provenienti dalla Villa Reale di Marlia, vicino Lucca. Anche nell’ambiente successivo, il piccolo e delizioso Boudoir, si trovano specchi e arredi utili per la cura della persona, oltre ad un particolarissimo tavolo col piano in marmo a lumachelle, così detto per l’abbondante presenza di conchiglie fossili che conferiscono pregio alla pietra. Alle pareti, invece, sono appesi delicati ritratti femminili a pastello, alcuni dei quali eseguiti da Giovanna Fratellini, pittrice della corte medicea (1666-1731).

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12. La sala gialla

Superato il Boudoir, ti trovi nella Sala Gialla, arredata con mobili decorati in stile egizio, una Sacra Famiglia del pittore caravaggesco Antiveduto Gramatica e un’interessante scrivania portatile in mogano decorata con elementi in metallo dorato.

Placchette con busti femminili, farfalle e maniglie a decoro dei cassetti, curiose tartarughe che con fatica sorreggono le zampe del tavolo non sono l’unica particolarità di questo oggetto, dentro il quale si nasconde un piccolo capolavoro di ingegneria e artigianato.
Guarda il video per osservare l’apertura della scrivania oppure prosegui per le altre sale

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13. Le sale verdi, il salotto rosso e la cappella vecchia

Proseguiamo il percorso con la Sala verde nuovo, la Sala verde antico e il Salotto rosso, dominato dai ritratti di Claudia de’ Medici, opera del pittore di corte medicea Justus Sustermans (1597-1681), e di Enrichetta d’Inghilterra, duchessa d’Orleans, dipinto da Henri e Charles Beaubrun.

Dal salotto, che si affaccia sul giardino all’italiana, si accede alla Cappella vecchia, affrescata alle pareti da Bernardino Poccetti (1548-1612) con santi entro nicchie e, sulla volta, da Cosimo Daddi (1575-1630) che ha figurato la Gloria dello Spirito Santo tra angeli. Gli affreschi furono commissionati da Cristina di Lorena per omaggiare santi fiorentini – Giovanni e Battista, patrono di Firenze, e Cosma, protettore dei Medici con San Damiano – e santi francesi, Luigi e Francesco, in ricordo delle sue origini. Sull’altare si trovano una copia della Madonna dell’Impannata di Raffaello e un Cristo quattrocentesco in legno, arrivato a Petraia nel Settecento attraverso i Lorena. La scultura, opera della bottega di Benedetto da Maiano (1442-1497), ha braccia e gambe snodabili per essere utilizzata sia come Crocifisso che in posizione distesa, cioè come Cristo deposto, il Venerdì santo. L’opera era impiegata per la devozione privata ed era stata completamente dipinta d’oro. Sottoposta a restauro nel 2015, è tornata al suo aspetto originario.

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14. La sala dei giochi

La Sala dei Giochi, che si affaccia sul giardino all’italiana e sul parco, è uno degli ambienti più curiosi della Villa.

Allestito dai Lorena poco dopo la metà dell’Ottocento, il grande ambiente si caratterizza per i molti giochi esposti, ma anche per gli spaziosi e confortevoli divani e per la particolarissima sedia in chintz, che scorgiamo appena entrati nella stanza, inconfondibile per la sua doppia seduta vis à vis e il posacenere al centro, che la rende adattissima per le chiacchierate più intime.
Vittorio Emanuele II mantenne la destinazione della sala a luogo di svago, introducendo nuovi giochi, ancora oggi presenti, come i tavoli da biliardo, il piano inclinato – antenato del nostro flipper -, la roulette, la dama e il gioco della Mea, una sorta di ruota della fortuna in voga a Venezia già nel Settecento. Nelle vetrine si conservano altri divertimenti nei quali la famiglia reale e i suoi ospiti si dilettavano, come la calza del diavolo, il bilboquet o il miriorama, un puzzle costituito da carte colorate raffiguranti immagini da comporre e scomporre.
Alle pareti della sala, rivestite con carta da parati a fiori, sono esposti dipinti del Seicento fiorentino di soggetto letterario provenienti dalla collezione di Giovan Carlo de’ Medici: Semiramide di Matteo Rosselli (1578-1650), Artemisia ed Erminia tra i pastori di Francesco Curradi (1570-1661), Anfitrione sul delfino del Passignano (1559-1638) e Olindo e Sofronia liberati da Clorinda di Francesco Rustici (1592-1625).
Guarda il video del tavolo da gioco, oppure prosegui per la Loggia di levante.

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15. La loggetta di levante e la sala da pranzo

Il percorso di visita si conclude con un affaccio sul cortile dalla Loggia di levante, decorata con affreschi seicenteschi che raffigurano un paesaggio fluviale attribuiti a Pandolfo Reschi e commissionati dal granduca Cosimo III de’ Medici.

La loggetta, che nell’Ottocento i Savoia trasformarono in un salottino arredato con sedie in stile Impero provenienti dalla Villa di Poggio a Caiano, introduce alla Sala da pranzo, decisamente più sobria e informale di quella presente al pian terreno. Questo ambiente, infatti, arredato con mobili ottocenteschi, ritratti, alcuni medicei, e porcellane di manifattura Ginori di uso domestico come gelatiere, vasetti e chicchere, è caratterizzato da una maggiore intimità, che riflette l’uso domestico e quotidiano dell’ambiente. Il ricco e ampio tappeto è opera di Girolamo Podestà, che ha firmato e datato l’opera 1860 sulla bordatura.

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AUDIOGUIDE DELLA VILLA MEDICEA LA PETRAIA | ESTERNO

a cura di Direzione Regionale Musei della Toscana e Stazione Utopia

1. Introduzione

Il Giardino di Villa medicea La Petraia fa parte del sito seriale UNESCO “Ville e Giardini medicei in Toscana” costituito da 12 Ville e 2 Giardini presenti nella regione e appartenuti alla famiglia Medici.

Dalla metà del Quattrocento, e nei secoli successivi, infatti, i Medici trasformarono gradualmente i loro possedimenti nel Mugello e intorno a Firenze da avamposti per il controllo del territorio e centri di produzione agricola a Ville extraurbane, luoghi di svago e di riflessione nei quali trascorrere il tempo libero.
Strettamente connesso alla Villa, il Giardino di Petraia si sviluppa, secondo il modello cinquecentesco fissato dai Medici, su tre piani terrazzati che sfruttano il livello del terreno e che si succedono. Partendo dal basso si trovano il piano del parterre, il piano del vivaio e infine il piano della figurina. Al tempo dei Medici il Giardino era caratterizzato dalla presenza di agrumi che erano su tutti i livelli. Nel piano del parterre si trovavano le così dette cerchiate, siepi alte che formavano gallerie e ospitavano piante da frutto; il piano del vivaio, invece, aveva una grande vasca dove si raccoglieva l’acqua. Infine, nel piano che si trova a livello della Villa, successivamente nominato piano della figurina, si trovavano piante da frutto nane. Dietro la Villa c’era il selvatico, una zona boscosa trasformata in un parco romantico all’inglese nell’Ottocento. Dopo la fine della dinastia medicea i successivi proprietari apportarono diverse modifiche al Giardino che comunque ha mantenuto nel tempo la sua struttura originaria.

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2. La villa e i suoi proprietari(cenni storici)

Intorno al 1544, Cosimo I de’ Medici acquistò l’edificio, che donò al figlio secondogenito Ferdinando. Alla morte di Francesco, succeduto a Cosimo nel governo della Toscana, Ferdinando prese il potere e avviò importanti lavori di ristrutturazione dell’edificio che da “palagio” divenne una principesca Villa di campagna. La Villa, che si sviluppa intorno alla torre trecentesca e al cortile, domina un grande Giardino terrazzato sfruttando la natura pietrosa del terreno che dà il nome alla dimora. .

Alla fine del Cinquecento, Ferdinando e la moglie Cristina di Lorena commissionarono a Cosimo Daddi gli affreschi delle pareti principali del cortile con le gesta di Goffredo da Buglione, antenato di Cristina, mentre nel Seicento il figlio don Lorenzo affidò al Volterrano la decorazione delle altre due pareti con i Fasti medicei. Con l’estinzione della famiglia, nel 1739, i Lorena divennero granduchi di Toscana e acquisirono Villa La Petraia. Nel 1788 Pietro Leopoldo trasferì qui la fontana di Venere Fiorenza dal Giardino di Castello ma fu soprattutto nell’Ottocento che i nuovi regnanti si dedicarono alla proprietà. Leopoldo II, in particolare, commissionò la trasformazione del selvatico in parco romantico, con laghetti e punti di vista panoramici, ad opera del boemo Joseph Fritsch che aveva già lavorato al parco di Pratolino. Dopo l’Unità d’Italia e con l’istituzione di Firenze capitale del nuovo Regno, Vittorio Emanuele II si trasferì in Toscana e acquisì Petraia, particolarmente amata dalla moglie morganatica Rosa Vercellana, la bella Rosina. Qui il 1 settembre del 1872 si celebrarono i festeggiamenti per il fidanzamento del figlio della coppia, Emanuele conte di Mirafiori, con Blanche de Larderel. Per l’occasione il sovrano commissionò importanti lavori, come la copertura del cortile con una struttura in vetro e ghisa e la sua nuova pavimentazione.

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3. Il piano della Figurina

La porzione di Giardino ad est della Villa è detta Piano della Figurina per la presenza, dal 1788, della fontana di Venere Fiorenza, coronata dalla statua che ritrae la dea dell’amore, opera del Giambologna.

Quell’anno, infatti, il granduca Pietro Leopoldo fece trasferire a Petraia la fontana realizzata, per la parte in marmo, intorno al 1570 da Tribolo e dagli aiuti Antonio Lorenzi e Pierino da Vinci per il Giardino della vicina Villa di Castello. La statua in bronzo che vediamo oggi è una copia dell’originale, trasferito all’interno della Villa per garantirne una migliore conservazione.
Quello della figurina è il piano più alto del Giardino e si trova a livello della Villa. In epoca medicea, tra il Cinquecento e il Settecento, non subì grandi cambiamenti, che invece avvennero al tempo dei Savoia, dopo l’Unità d’Italia. Nel 1872, infatti, Carlo Lasinio trasformò il piano della figurina nell’ambito del più ampio progetto di ristrutturazione che interessò anche il cortile della Villa, inserendo elementi oggi conservati solo in parte ma che possiamo immaginare e addirittura conoscere attraverso i progetti e i disegni dell’architetto trevigiano ed una fotografia storica.
Oltre al Belvedere, tutt’ora esistente, Lasinio sistemò due grandi voliere coperte a pagoda destinate ad ospitare uccelli rari ed esotici, particolarmente apprezzati da re Vittorio Emanuele II. Le voliere erano di forma ellittica per facilitare il volo degli uccelli e al loro interno si trovavano arbusti e piante che ricreavano l’habitat naturale dei volatili. C’erano poi piccole gabbie ottagonali anche loro con copertura a pagoda per ospitare altre specie di uccelli. Ancora oggi il piano della figurina è uno dei punti della Villa dai quali è possibile ammirare il paesaggio circostante e vedere in lontananza i tetti e le cupole rosse di Firenze.

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4. Il Belvedere

All’angolo del Giardino, verso mezzogiorno, si trova un delizioso Belvedere voluto da Vittorio Emanuele II come luogo dal quale ammirare il panorama circostante – che dobbiamo immaginare molto diverso da oggi – dopo le fatiche della caccia e le lunghe cavalcate che si concedeva quando era a Petraia

Il piccolo edificio, detto anche reposoir, fu progettato dall’architetto Carlo Lasinio al posto di un precedente “casotto in legno” che al tempo dei Lorena era utilizzato come camera ottica. Lasinio realizzò un padiglione piccolo ma con tutte le comodità necessarie a un re nel 1872, al momento della risistemazione del Piano della Figurina. La data, infatti, si legge sul pavimento a mosaico alla veneziana, identico a quello della Sala da ballo. Il 1872 era stato infatti un anno di grandi trasformazioni in Villa, che aveva visto molti cambiamenti ad opera di Lasinio e degli architetti torinesi Fabio Nuti e Giuseppe Giardi che trasformarono il cortile in ambiente chiuso. Il Belvedere è costituito da un vestibolo rettangolare che permette di accedere al cuore della costruzione: la stanza ottagonale con copertura a pagoda, secondo il gusto ottocentesco. Le finestre sono ampie per permettere alla luce naturale di filtrare all’interno, riarredato secondo l’inventario del 1911. Vediamo quindi consolles in noce, decorate con lo stemma Savoia e con rose, allusione a Rosa Vercellana, specchiere, un tavolo in legno e altri arredi che richiamano alla casa regnante. Particolarissima è la sedia con la spalliera in ferro battuto decorata con lo stemma sabaudo, posta vicino al tavolo rotondo di metà ottocento che ha una base in metallo intrecciato. Soltanto le tende sono moderne anche se riproducono motivi decorativi floreali ispirati a quelli descritti nel 1911.

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5. Il piano del vivaio

Ci troviamo qui nel piano centrale della Villa, il piano del vivaio, che prende questo nome dalla grande vasca presente al centro, dove si conservava l’acqua. Era infatti fondamentale avere dei bacini d’acqua che garantissero l’irrigazione di tutto il Giardino.

Il sistema idrico rimane una delle tecnologie più importanti della Villa e serviva oltre che all’innaffiamento anche alla possibilità di installare fontane con giochi d’acqua nel Giardino. In queste vasche, inoltre, venivano allevati pesci d’acqua dolce che finivano spesso sulle tavole dei signori. Ferdinando I nutriva grande interesse per la botanica e apprezzava particolarmente la coltivazione di piante officinali e il loro impiego farmacologico e terapeutico, oltre che culinario. Abitudine delle famiglie più ricche era infatti quella di provvedere alla propria autosufficienza officinale.
Per questo motivo accanto alla vasca sorgevano due Giardino, chiamati “segreti”, ovvero privati, dove Ferdinando scelse di realizzare un personale orto officinale, specializzato in coltivazioni rare e preziose, che venivano poi conservate e lavorate nella cucina adiacente. Il Giardino ospitava fiori, soprattutto bulbose, rose, piante medicinali e aromatiche, oltre a bizzarri agrumi, e veniva utilizzato per la meditazione e la ricerca. Nel 1826, in linea con la moda dell’esotismo e dell’orientalismo, lo spazio a destra della scalinata fu trasformato in un Giardino esotico. Al suo centro venne piantata una palma, bordata di un cordone di pietre. L’interesse verso mondi lontani si manifestava non solo nella botanica ma anche nell’arredamento e addirittura nell’abbigliamento. Poteva infatti capitare di poter essere invitati a bere un tè in un servizio di porcellane cinesi vestiti con abiti provenienti da Pechino!
L’ultima modifica di questo livello avvenne nel 1833 quando fu costruito, su progetto di Giovanni Pacini, il tepidario, una piccola serra per la coltivazione di piante esotiche.

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6. Limonaie e agrumi

Gli agrumi erano una grande passione della famiglia Medici. Venivano coltivati in spalliere addossate alle pareti di ogni piano del Giardino e in grandi vasi di terracotta posti alle estremità delle aiuole. Non a caso una delle interpretazioni dello stemma mediceo vede nelle palle proprio la stilizzazione delle arance

Non sappiamo con certezza quando è iniziata la coltivazione di agrumi in Toscana ma sicuramente già nel Quattrocento abbiamo notizie di questo interesse, che non era solo ornamentale o botanico ma anche alimentare e medicinale. La famiglia Medici iniziò presto a vantare le maggiori collezioni di agrumi nelle sue Ville. Queste piante in vaso nelle stagioni fredde venivano alloggiate nella “stanza dei vasi”, successivamente ristrutturata come limonaia, dove vengono tutt’ora riposte in inverno.
La loro cura richiede impegno costante e una continua irrigazione che anticamente avveniva con un sistema di condutture molto articolato. L’acqua dell’acquedotto di Valcenni, sul monte Morello, irrorava, fuoriuscendo da tredici bocchette, la vasca rettangolare del piano del vivaio. Da qui l’acqua era condotta in tre fontanelle del parterre, di cui ora si conserva solo quella centrale posta sotto la scalinata. La distribuzione dell’acqua nel Giardino inferiore, invece, avveniva attraverso tubi di terracotta sotterranei che immettevano conserve d’acqua in scala ridotta all’interno di orci interrati, dai quali i Giardinieri potevano attingere senza dover eseguire un percorso troppo lungo a piedi.
Tra le specie di agrumi particolari che risalgono al periodo mediceo ci sono l’arancio amaro, il pomo d’Adamo, l’arancio dei Lanzichenecchi e la Bizzaria. La maggior parte di questi frutti si trova nel Giardino di Castello ma dalla pittura a forma di lunetta di Giusto Utens che raffigura La Petraia tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento possiamo ipotizzare la presenza, alla Villa, della “zinna di vacca” una pianta il cui frutto ricorda la forma della mammella di una mucca.

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7. Il parterre

Questa parte del Giardino si presenta oggi diversa da come doveva essere al tempo dei Medici.
La lunetta di giusto Utens torna ad essere uno strumento utile per capire quali sono state le modifiche apportate nel corso dei secoli dai diversi proprietari della Villa.

Nel Cinquecento questa zona ospitava due grandi piazzole circolari circondate da pergolati incurvati su cui erano arrampicati arbusti sempreverdi: le cerchiate, elemento ricorrente nel Giardino all’italiana. Si tratta di vere e proprie gallerie di verzura che servivano, oltre allo scopo decorativo, per permettere una piacevole passeggiata all’ombra, allietati dal cinguettio degli uccelli che creavano i loro nidi in questi rami anche se talvolta diventavano vere e proprie trappole per la caccia. Negli spazi esterni delle cerchiate erano invece coltivati alberi da frutto a “quinconce”, una tecnica romana che prevedeva la distribuzione sfalsata delle piante, come il 5 nei dadi. Gli alberi da frutto nani, che sono coltivati ancora oggi, un tempo permettevano alle dame di passeggiare nel Giardino e cogliere i frutti senza sforzi eccessivi.
La conformazione attuale ad ellisse venne realizzata nel 1801, in epoca napoleonica, quando il Giardino fu aperto per la prima volta al pubblico. Durante questi lavori di modifica delle aree verdi fu posta la fontana che vediamo al centro e che infatti non è presente nella lunetta dell’Utens.
L’ultima modifica venne apportata nel 1872 per il fidanzamento di Emanuele di Mirafiori, quando le aiuole più vicine alla scalinata furono coltivate con fiori di vari colori che, una volta sbocciati, avrebbero formato i colori dell’arcobaleno.

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8. Uno sguardo d’insieme. Il giardino all’italiana

Da questa posizione possiamo avere uno sguardo d’insieme su tutto il Giardino all’italiana con l’imponente sfondo della Villa ed il parco romantico alle sue spalle.

Il Giardino all’italiana è terrazzato su tre livelli: il parterre con le cerchiate, poi sostituite da un’unica ellisse, il piano del vivaio con la vasca, fulcro dell’irrigazione del Giardino, fiancheggiata dai Giardini officinali, ed il piano della Villa. Dietro il Giardino formale si trovava il selvatico, ambiente boschivo dedicato alla caccia che oggi è un meraviglioso parco all’inglese. Ma cosa si intende per Giardino all’italiana o all’inglese?
In quello all’italiana regna la perfetta simmetria, l’armonia di tutte le parti botaniche e architettoniche che lo compongono e che fanno capo ad un progetto ben preciso artificiosamente creato dall’uomo. Grotte, fontane, ragnaie, siepi, sculture, cerchiate, gallerie di verzura e labirinti sono gli elementi ricorrenti di questi Giardini e qui la loro disposizione ordinata e simmetrica riflette l’ordine dato dal granduca Cosimo I alla città di Firenze. È lui, infatti, che commissionò il primo Giardino all’italiana per la vicina Villa di Castello. Compreso nel Giardino all’italiana c’era il selvatico, zona boschiva adibita spesso alla caccia con alberi sempreverdi, altra caratteristica tipica di questi spazi verdi.
Il Giardino all’inglese, invece, appare naturale e selvaggio, con viottoli tortuosi, spesso ombreggiati dai grandi alberi che all’improvviso lasciano spazio ad una radura aperta, privo di sentieri simmetrici e paralleli. Tutto, nel parco all’inglese, deve sembrare ordinato dalla natura ma in realtà, anche in questo, caso esiste un progetto ben preciso. A volte a punteggiare questi Giardini c’erano ruderi antichi o sculture, talvolta in rovina, che rispecchiavano il gusto romantico dell’epoca.

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